Il primo giorno si decide nelle prime due ore, e quasi nessuna azienda le prepara. Il neoassunto arriva alle nove, alle nove e dieci è seduto davanti a un computer che non si accende, e alle undici sta ancora aspettando che qualcuno gli dica dove si prende il caffè.
Dal lato di chi arriva
Le prime due ore
Non serve dimostrare niente. Il primo giorno nessuno si aspetta produttività: si aspetta che tu sia una persona con cui si sta bene in stanza. Fai domande, prendi appunti, e non sistemare niente che non ti abbiano chiesto di sistemare.
La cosa da chiedere subito
«A chi chiedo quando non so a chi chiedere?» È la domanda più utile del primo giorno, perché ti dà un nome, e quel nome ti risolve le prossime tre settimane.
Le due cose da non fare
- Raccontare come si faceva nel posto di prima. Vale dopo tre mesi, quando hai capito perché qui si fa diverso. Il primo giorno suona come una recensione.
- Restare oltre l'orario. Sembra impegno, comunica ansia, e crea un'aspettativa che poi dovrai mantenere per due anni.
Dal lato di chi accoglie
Le tre cose che nessuno prepara mai
- Il computer acceso e le credenziali pronte. Sembra ovvio. Nel settanta per cento dei primi giorni non è così, e la persona nuova passa la mattina a guardare un modulo.
- Una scrivania che sembri sua. Vuota è meglio che ingombra della roba di chi c'era prima. Una penna nuova e un blocco fanno più di un discorso di benvenuto.
- Il pranzo del primo giorno. Nessuno vuole mangiare da solo il primo giorno. Chi accoglie lo organizza il giorno prima, non alle 12:55.
La persona di riferimento
Serve un nome, uno solo, dichiarato ad alta voce: «per qualsiasi cosa chiedi a Giulia». Senza quel nome il neoassunto chiede a rotazione a chi ha la faccia meno impegnata, e ci mette il doppio.
Il giro delle presentazioni
Va fatto, ma corto. Presentare trenta persone in venti minuti significa che non se ne ricorderà nemmeno una. Meglio cinque nomi il primo giorno e cinque il secondo.
La settimana dopo
Il momento che conta davvero non è il primo giorno: è il quinto, quando l'entusiasmo dell'accoglienza è finito e nessuno chiede più come va. Una domanda fatta il venerdì della prima settimana vale quanto tutto il resto.
Il regalo di benvenuto, se lo fate
Piccolo, cinque o dieci euro, e più simpatico che serio: serve a rompere il ghiaccio, non a impressionare. Un taccuino con una copertina ironica funziona bene perché si usa dal primo giorno e dà qualcosa di cui parlare. Sul cosa scegliere ci sono le idee dedicate al benvenuto.
Poi passano tre mesi, il neoassunto diventa quello che sa dove si prende il caffè, e tocca a lui accogliere il prossimo.