Per dire di no a un incarico senza sembrare scortese basta una cosa: aggiungere un numero. «Non riesco» apre una trattativa, «non riesco prima di giovedì» la chiude. Il resto sono sfumature.
Perché «vedo cosa posso fare» è la risposta peggiore
Perché per chi la riceve è un sì. Torna dopo tre giorni convinto che stia arrivando, e a quel punto il no costa il triplo. Se la risposta è no, deve assomigliare a un no già dal primo scambio di battute.
Quattro formule che funzionano
Il no con la data. «Ci posso stare da giovedì.» Non stai rifiutando, stai dicendo quando. Chi ha fretta si arrangia altrove, chi può aspettare aspetta.
Il no con lo scambio. «Posso prendere questo se sposto il report di venerdì. Va bene?» Sposta la scelta dall'altra parte, ed è sorprendente quanto spesso l'urgenza svanisca.
Il no con il nome giusto. «Su questo è Marta che sa dove mettere le mani.» Funziona a patto che sia vero, altrimenti tra due giorni sei di nuovo tu.
Il no e basta. «No, non riesco.» Fa paura scriverlo, poi si scopre che nessuno cade dalla sedia. Va usato con parsimonia, ma va usato.
Le tre frasi da evitare
- «Ci provo.» Non vuol dire niente e ti impegna lo stesso.
- «Sono pieno di roba.» Lo sono tutti, e la risposta sarà «anche gli altri».
- «Se proprio serve...» Serve sempre proprio.
E se a chiedere è il capo?
Cambia la formula, non il principio. «Ce la faccio, ma qualcosa deve slittare: dimmi tu cosa» sposta la decisione a chi ha il potere di prenderla. Nove volte su dieci scopri che l'urgenza era di qualcun altro e nessuno l'aveva mai messa in fila.
La regola in una riga
Un no vago costa più di un no chiaro, a te e a chi te lo chiede. Meglio dieci secondi di imbarazzo adesso che tre giorni di equivoco dopo.
Se ti serve un posto dove appuntare quello che stai già facendo prima di accettare altro, i taccuini hanno 93 pagine a quadretti apposta. E se proprio non riesci a decidere, L'Oracolo decide al posto tuo: da un lato la risposta assennata, girato il libro quella che avresti voluto dare.